Una fede resiliente
di Angelo Reginato 
L’esperienza della salvezza, narrata nelle Scritture, parla il duplice linguaggio dell’iniziativa divina e della risposta umana; ma entrambi prendono forme differenti, a volte opposte.
Normalmente, i nostri occhi sono attratti dalle azioni spettacolari di Dio e dalle risposte eroiche degli esseri umani. Impegnati insieme a far fronte al male che abita la terra, i due protagonisti della storia biblica sono mossi da una fede che resiste al negativo e lotta affinché si affermi il Regno di Dio. Certo, «il futuro del mondo non nasce da un parto verginale della storia» (J. Moltmann); il Regno è di Dio, e non un prodotto umano. Ma se, in un modo o in un altro, siamo parte del gioco, allora la fede non sarà un acquiescente stare al mondo bensì conversione personale e trasformazione storica. Il linguaggio militante è comune a tradizionalisti e innovatori, a spiritualisti e politicizzati. Cambia il teatro della battaglia, ma non la chiamata alle armi.
In questo orizzonte, la parola «resistenza» costituisce un vocabolo-chiave. Che, tuttavia, muta di significato lungo il corso della storia. Ai nostri orecchi, sta perlopiù a indicare l’atteggiamento di chi difende a spada tratta una posizione, i cosiddetti «duri e puri», che non scendono a compromessi. Suggerisce, cioè, una battaglia combattuta sul piano dei princìpi, dove i fronti di lotta sono ben delineati e le scelte da compiere si presentano nella forma dell’alternativa secca: o resisti o ti vendi al nemico. L’imprinting biblico di una fede «resistente» è evidente, fin dalla scena iniziale, quando Dio e Mosè si oppongono al Faraone.
Ma la Scrittura accosta all’epica della resistenza l’arguzia della resilienza. Quest’ultima sta a indicare la capacità di far fronte a urti improvvisi, senza spezzarsi; di reagire alle tragedie della vita, senza farsene travolgere. Essa si differenzia dalla classica resistenza perché batte strade più ordinarie, si avvale di mezzi quotidiani. Inoltre, si muove sul terreno altrui, senza 
la possibilità di tracciare preventivamente strategie, inventandosi, dunque, risposte sul campo.
Pensate alla vicenda di Tamar, la nuora di Giuda, narrata al capitolo 38 della Genesi. Allontanata dal suocero, dopo la morte dei primi due mariti, entrambi figli di Giuda, con la promessa che avrebbe sposato il loro fratello più piccolo una volta cresciuto, secondo quanto prescrive la legge del levirato, Tamar deve prendere atto che Giuda non ha alcuna intenzione di adempiere la legge, temendo per la sorte dell’ultimo figlio. Che fare? Tamar, certo, avrebbe potuto rivendicare il rispetto della legge, portando sul banco degli imputati il suocero. Ma solo in teoria. Di fatto, una donna non aveva questo potere, in una società patriarcale. Ed ecco, allora, che si inventa una soluzione «al di là del bene e del male». Si traveste da prostituta e adesca il suocero, rimanendo incinta di lui.
Pensate anche alle levatrici che entrano in scena nella pagina iniziale dell’Esodo. Queste donne devono applicare il decreto del faraone che ordina di far morire tutti i neonati maschi degli ebrei. Che fare? Le levatrici, certo, avrebbero potuto dare le dimissioni e fomentare la sollevazione di fronte al progetto genocida. Con quale possibilità di successo? Praticamente zero! E allora si inventano la storia che le donne ebree sono più forti delle egiziane e partoriscono senza ricorrere alle ostetriche.
Prima dell’epopea dell’esodo, queste due vicende, in chiave minore, narrano di una fedeltà al Dio della vita e di un’opposizione alla potenza mortale del male che non indossa le vesti della resistenza. Invece che creare un fronte compatto, disposto al martirio pur di difendere la giustizia, Tamar e le levatrici si muovono sul terreno impervio dell’astuzia. Non sono preoccupate dei princìpi né della moralità personale. Siano pure giudicate donne di malaffare e bugiarde: ciò che conta è che la vita abbia l’ultima parola.
La resilienza osa proporre di trarre vantaggio dalle sconfitte, di vivere le ferite come feritoie, aperture di nuovi orizzonti. Come la perla, prodotta da una lesione dell’ostrica. Senza la ferita, la perla non avrebbe potuto crearsi. La perla della fede cristiana è la croce di Gesù, una sconfitta che «racchiude in sé anche la benedizione » (D. Bonhoeffer), ovvero quell’essere-per-altri, che consente di uscire dal cuore ripiegato su di sé. Qui la morte non è più negazione della vita ma manifestazione di una diversa felicità, della ritrovata libertà di amare. Insieme alla storia di Gesù, la Bibbia narra di altre perle create dalle ferite. La vicenda di Giuseppe è esemplare al riguardo. È proprio questa storia a farci capire perché non è bene mangiare dell’albero della conoscenza del bene e del male (Gen. 2, 16-17): perché nelle vite umane la linea di confine tra il bene e il male non è sempre nitida, e il male può essere volto nel suo contrario. Ai fratelli che, dopo la morte del padre Giacobbe, temono la vendetta, Giuseppe dice: «Voi avevate pensato del male contro di me, ma Dio ha pensato di convertirlo in bene per compiere quello che oggi avviene: per conservare in vita un popolo numeroso (Gen. 50, 20)».
Ciò che con termini contemporanei chiamiamo resilienza traduce bene quell’atteggiamento mobile e vivo, di cui parla Bonhoeffer, con cui i credenti sono chiamati ad affrontare e rendere feconde le situazioni anche più drammatiche. Indica quella sapienza che non si lascia mai paralizzare dalla potenza del negativo e apre strade nuove, frutto della passione per il sogno di Dio e dell’intelligenza umana. È la capacità di ingegnarsi, giostrandosi tra mille pericoli, affrontando le difficoltà ed uscendone rafforzati.
Occorrono astuzia e creatività: una dotazione che Gesù fatica a scorgere nei credenti: i figli di questo mondo, nelle relazioni con quelli della loro generazione, sono più avveduti dei figli della luce (Lc 16, 8). Oggi, però, nella società del rischio, non si può vivere di rendita, riproponendo quanto si è sempre fatto: senza scaltrezza e ingegnosità, l’Evangelo patisce afasia. Oggi, più che mai, abbiamo bisogno di maturare una fede «resiliente». 
in “Riforma”, 7.02.2014