I 50 anni della messa in italiano 
di Enzo Bianchi 
«La chiesa ha sacrificato tradizioni di secoli e soprattutto sacrifica l’unità di linguaggio dei vari popoli, in omaggio a questa maggiore universalità, per arrivare a tutti». Così Paolo VI all’Angelus di cinquant’anni fa spiegava il significato della prima messa celebrata in italiano proprio in quel giorno, 7 marzo 1965, prima domenica di Quaresima. Mancavano ancora nove mesi alla conclusione del concilio, eppure veniva offerto al popolo cristiano il frutto già maturo della liturgia nella lingua parlata dalle diverse chiese locali.
«Una sinfonia delle varie liturgie in tutte le lingue del mondo, unite in un’unica liturgia», come dirà vent’anni dopo Giovanni Paolo II nel presentare l’opera immane dei santi Cirillo e Metodio che, per evangelizzare i popoli slavi avevano non solo tradotto la Scrittura e i testi liturgici, ma inventato perfino un nuovo alfabeto, il cirillico.
Sì, perché la questione della comprensione della parola di Dio da parte dei fedeli non è smania di ammodernamento, ma questione centrale nell’annuncio evangelico fin dalla prima comunità di Gerusalemme: è nel giorno di Pentecoste, infatti, a cinquanta giorni dalla risurrezione di Gesù, che «parti, medi, elamìti e abitanti della Mesopotamia, della Giudea, della Cappadocia, del Ponto e dell’Asia, della Frigia e della Panfilia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirene, stranieri di Roma, ebrei e proseliti, cretesi e arabi» sentono gli apostoli «annunziare nelle loro lingue le grandi opere di Dio» (Atti 2,9-11). E Origene, già nel III secolo aveva applicato questa pluralità di lingue in cui era risuonata la parola di Dio alle parole che a loro volta i credenti rivolgono a Dio nella liturgia: «I greci si servono di parole greche, i romani di parole latine, e così ciascuno secondo la propria lingua prega Dio e lo celebra come può. E il Signore di tutte le lingue ascolta quelli che pregano in ogni lingua, come se ascoltasse, per così dire, una voce unica per quanto riguarda il significato, benché espresso in lingue diverse». Così, quando Cirillo a metà del IX secolo dovette difendere la propria scelta di tradurre la liturgia in slavone di fronte «ai rappresentanti della cultura ecclesiastica» - strenui difensori del greco e del latino come uniche lingue ammissibili nel culto cristiano - elencherà, quasi sulla falsariga degli Atti degli apostoli, tutti i popoli che già possedevano una liturgia scritta e celebrata nella propria lingua: «armeni, persiani, abasgi, georgiani, sugdi, goti, avari, tirsi, khazari, arabi, copti, siriani...».
Del resto, la svolta conciliare del 1965 era stata preparata anche da sempre più condivise acquisizioni storiche ed esegetiche: Gesù non solo non aveva mai parlato né in greco né in latino, ma nemmeno in ebraico, essendo la sua lingua, e quella dei suoi discepoli, l’aramaico. Era il concetto stesso di «lingua sacra» a trovarsi ridimensionato: non dei suoni o delle parole arcane contengono la voce di Dio, ma il vissuto di un uomo, Gesù di Nazaret, che passava per le strade di Galilea facendo il bene e narrando il volto autentico di suo Padre, Dio.
Ma la preoccupazione e la sollecitudine pastorale dei vescovi al Vaticano II era volta innanzitutto a rendere possibile quella «attiva partecipazione» dei fedeli alla 
celebrazione della messa che il primo documento conciliare, la Sacrosanctum concilium, dedicata proprio alla liturgia, aveva auspicato: l’ignoranza del latino da parte della quasi totalità dei cristiani, la sua ormai secolare scomparsa come lingua parlata, infatti, aveva trasformato il «mistero eucaristico», in una pratica misteriosa, affidata in esclusiva al celebrante, mentre i cristiani presenti in chiesa erano «come colonne» nella navata, secondo l’acuta osservazione del Rosmini. Chi della mia generazione non ricorda quelle messe con il prete che, spalle al popolo, ripeteva quasi tra sé e sé le formule del messale, con il chierichetto attento a rispondere a memoria senza troppo storpiare il latino e fiero di essere l’unico a saperlo fare, con la navata attraversata da preghiere del rosario sussurrate dalle donne, mentre gli uomini si tenevano in fondo, sulla soglia, se non sul sagrato?
Papa Paolo VI saprà mostrarsi rispettoso verso la tradizione nel suo spiegare la «premura» per il «bene del popolo» che animava i padri conciliari nel decidere la riforma liturgica: una sollecitudine per «rendere intellegibile e far capire la preghiera della chiesa». Questo sconvolgimento epocale, infatti, aveva e ha tuttora un unico fine a beneficio di quanti prima «assistevano» alla messa: «Perché sappiate passare da uno stato di semplici spettatori a quello di fedeli partecipanti e attivi».
Nessun prurito di innovazione, nessun cedimento a una sorta di cameratismo religioso. No, poter pregare come chiesa locale nella propria lingua avrebbe suscitato «la grande gioia, il merito e la fortuna di un vero e proprio rinnovamento spirituale».
Ed è proprio a un rinnovamento spirituale che abbiamo assistito in questi cinquant’anni dalla prima messa in italiano: un rinnovamento sostenuto dall’accesso diretto alla parola di Dio - anticipato dall’intuizione profetica di papa Giovanni che volle la «Bibbia a mille lire» per farla entrare in tutte le famiglie - ottenuto grazie all’offerta molto più ricca di brani dell’Antico e del Nuovo Testamento proclamati durante la celebrazione della messa e degli altri sacramenti.
Ma rinnovamento dovuto anche a una diversa comprensione dell’essere comunità locale, parrocchia, assemblea di fedeli, vero soggetto celebrante; un diverso approccio alla profondità del mistero della morte e risurrezione di Gesù Cristo che non ha nulla a che vedere con una sacralità numinosa di qualche pratica misterica.
L’aveva ben indicato la costituzione conciliare Dei Verbum sulla parola di Dio: «Con questa rivelazione [di Gesù Cristo], Dio invisibile per la ricchezza del suo amore parla agli uomini come ad amici e si intrattiene con essi per invitarli e ammetterli alla comunione con sé». Ora, chi mai parla a un amico in una lingua che questi non capisce? Chi invita un altro alla comunione rivolgendogli una parola incomprensibile? Chi pretende che l’amico usi in risposta parole di cui ignora il significato? «Lingua sacra, grave, bella, estremamente espressiva ed elegante» il latino, secondo le parole di Paolo VI, ma - come ebbe a dire il suo successore come arcivescovo di Milano - «un’anima vale di più di tutto il latino».
Profonda gratitudine, allora, da parte delle comunità cattoliche verso la riforma liturgica e chi l’ha voluta e perseguita con convinzione e in obbedienza alla grande Tradizione, senza tuttavia ignorare i problemi suscitati e quelli che permangono: la grande perdita del gregoriano, musica plurisecolare che aveva impresso alla liturgia una bellezza non ancora raggiunta dai nuovi repertori; le traduzioni dei testi latini ufficiali, tentate da un letteralismo pedissequo a volte incomprensibile ai fedeli o, in senso opposto, da un’innovazione creativa che talora stravolge la stessa teologia della liturgia; ma anche la propaganda dell’antico rito della messa che diventa addirittura concorrenza, bandiera innalzata in battaglia contro la riforma liturgica e il rito voluti dai padri conciliari e dai papi, che hanno confermato il vecchio rito solo come «straordinario». Sì, 50 anni fa iniziò un’avventura straordinaria che ha dato frutti abbondanti nella vita spirituale della chiesa, ma che deve ancora attuata adeguatamente all’oggi, un oggi molto diverso e lontano da quello del concilio. Se la chiesa è «semper reformanda», anche la liturgia dev’esserlo sotto il primato del Vangelo.
in “La Stampa” dell'8 marzo 2015