Tutta la bellezza della liturgia che evangelizza nella gioia
di Stefania Falasca
«Che cosa stiamo facendo? Questo è il momento delle riflessioni». Con queste parole il 7 marzo di cinquant’anni fa Paolo VI inaugurava la nuova forma della liturgia in tutte le parrocchie e le chiese del mondo. E per celebrare personalmente la prima Messa in italiano scelse non la basilica di San Pietro ma una parrocchia, quella di Ognissanti sulla via Appia, nell’estrema periferia di Roma, tanto lontana allora da essere denominata «la Patagonia romana». Entrava ufficialmente così la lingua parlata, la lingua familiare nel culto liturgico, per rendere omaggio alla maggiore universalità della Chiesa, per rendere comprensibile la Parola di Dio e la preghiera, per rendere possibile la partecipazione attiva dei fedeli in un risvegliato senso della comunità, per arrivare a tutti. «È il bene del popolo che esige questa premura, è un grande avvenimento» disse Paolo VI rivolgendosi vis-à-vis al popolo di Dio «che si dovrà ricordare come principio di rigogliosa vita spirituale, come un impegno nel corrispondere al grande dialogo tra Dio e l’uomo». Ed è certamente un gesto significativo quello che papa Francesco compie oggi celebrando la Messa proprio sul luogo e nel giorno della prima Messa in lingua vernacola celebrata dal predecessore Paolo VI, che ha segnato una data memorabile nella storia spirituale della Chiesa. È un suo personale e insieme pubblico atto di riconoscimento dell’importanza del rinnovamento liturgico scaturito dal Vaticano II. Se infatti il Concilio si era concluso con il recupero di quell’oralità che sembrava essere stata esiliata dalla Chiesa, ritornare alla lingua parlata dopo tanti secoli significava risalire alle fonti, significa fedeltà al Vangelo.
«Il Concilio è stato una rilettura del Vangelo alla luce della cultura contemporanea», afferma Francesco. «Ha prodotto un movimento di rinnovamento che semplicemente viene dallo stesso Vangelo. I frutti sono enormi. Basta ricordare la liturgia. Il lavoro della riforma liturgica è stato un servizio al popolo come rilettura del Vangelo a partire da una situazione storica concreta». «Sì, ci sono linee di ermeneutica di continuità e di discontinuità», tuttavia, afferma ancora Francesco «una cosa è chiara: la dinamica di lettura del Vangelo attualizzata all’oggi che è stata propria del Concilio è assolutamente irreversibile». Non solo è assolutamente irreversibile, ma anche assolutamente necessaria considerata in tutta la sua ampiezza l’opera che Francesco sta compiendo in questo senso, a cominciare dalle Messe quotidiane a Santa Marta. Un’opera di evangelizzazione che vede al centro la proclamazione e l’annuncio della Parola di Dio e la bellezza della liturgia. Perché «la Chiesa evangelizza e si evangelizza con la bellezza della liturgia… l’evangelizzazione gioiosa si fa bellezza nella liturgia in mezzo all’esigenza quotidiana di far progredire il bene» scrive nell’Evangelii gaudium. (...)
L’indomani della riforma liturgica il futuro Giovanni Paolo I scriveva ai suoi preti: «Alcuni non hanno capito che la riforma della liturgia è qualcosa di profondo, destinato a far crescere il popolo di Dio nella fede, nella speranza e nella carità e a rivelare agli uomini il volto di una Chiesa sempre più giovane. Non hanno preparato la gente con catechesi pazienti; non hanno spiegato il significato e la bellezza dei gesti nuovi. Hanno chiesto ai fedeli una partecipazione qualsiasi… è accaduto così che talora c’è stato non il fare vera liturgia, ma quasi un esibirsi col pretesto della liturgia, oppure un cercare nella liturgia soddisfazione estetiche… Poi ci sono alcuni che non accettano il Concilio, quindi rifiutano la liturgia che delle disposizioni conciliari è anima, perché – di sua natura – afferra tutto l’uomo. Altri confondendo la tradizione con il conservatorismo, non capiscono che il Signore, proprio perché è sempre presente alla Sua Chiesa, vuole che le forme secondarie del culto si adattino di continuo ai tempi e ai bisogni nuovi. Essi si appellano al passato, ma conoscono male il passato e la tradizione». (...)
in “Avvenire” del 7 marzo 2015