Il 24 marzo 1980, mentre celebrava l’Eucaristia, venne ucciso Monsignor Oscar A. Romero, vescovo di San Salvador nel piccolo stato centroamericano di El Salvador. Ogni anno, nella stessa data, si celebra una Giornata di preghiera e digiuno in memoria di tutti i missionari martiri. 
Papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto per la beatificazione di mons. Oscar Arnulfo Romero (23 maggio 2015); ecco due estratti della conferenza stampa del 4.02.2015.
 
«L’unanimità dei pareri sia della commissione cardinalizia che della commissione dei teologi ha confermato il martirio in odium fidei. Il sensus fidelium, in verità, non è mai venuto meno sia in El Salvador sia ovunque nel mondo. Il martirio di Romero ha dato senso e forza a tante famiglie salvadoregne che avevano perso parenti e amici durante la guerra civile. Il suo ricordo diventò immediatamente il ricordo delle altre vittime, magari meno illustri, della violenza.
Dopo un lungo lavoro che ha visto non poche difficoltà sia per le opposizioni rispetto al pensiero e all’azione pastorale dell’arcivescovo sia per la situazione conflittuale che si era creata attorno alla sua figura, l’itinerario processuale è giunto alla conclusione. Romero diviene come il primo della lunga schiera dei Nuovi Martiri contemporanei. (...)
Romero credette alla sua funzione di vescovo e di primate del paese e si sentiva responsabile della popolazione specie più povera: per questo si fece carico del sangue, del dolore, della violenza, denunciandone le cause nella sua carismatica predicazione domenicale seguita alla radio da tutta la nazione. Potremmo dire che fu una "conversione pastorale", con l’assunzione da parte di Romero di una fortaleza indispensabile nella crisi in cui versava il paese. Si fece defensor civitatis secondo la tradizione dei Padri antichi della Chiesa, difese il clero perseguitato, protesse i poveri, affermò i diritti umani. Il clima di persecuzione era palpabile. Ma Romero divenne chiaramente il difensore dei poveri di fronte ad una repressione crudele. (...)
Fu ucciso sull’altare. In lui si voleva colpire la Chiesa che sgorgava dal Concilio Vaticano II. La sua morte – come mostra chiaramente l’accurato esame documentario – fu causata non da motivi semplicemente politici, ma dall’odio per una fede che impastata della carità che non taceva di fronte alle ingiustizie che implacabilmente e crudelmente si abbattevano sui poveri e sui loro difensori. (...)».
mons. Vincenzo Paglia, 4 febbraio 2015
 
«In realtà, Romero era terrorizzato dalla morte che sentiva imminente. Nelle ultime settimane ogni rumore gli dava soprassalto. Un frutto di avocado che cadeva sul tetto della 
sua modesta dimora lo gettava nel panico. Un qualsiasi rumore notturno lo portava a nascondersi. Confidava che neppure sapeva se lo avrebbe ucciso l’estrema destra o l’estrema sinistra, che lo contestava negli ultimi tempi per la sua contrarietà alla rivoluzione. Fu poi lo squadrone della morte organizzato dall’ex maggiore D’Aubuisson a ucciderlo, ma Romero questo non lo poteva sapere in anticipo. Nelle ultime settimane ebbe continui momenti di abbattimento. Il giorno prima d’essere ucciso predicò ben due ore e pronunciò l’appello famoso ai soldati perché non uccidessero in violazione della legge di Dio: "Un appello speciale agli uomini dell’esercito… Davanti all’ordine di uccidere dato da un uomo deve prevalere la legge di Dio che dice: non uccidere. Nessun soldato è obbligato a obbedire a un ordine contrario alla legge di Dio […] In nome di Dio, e in nome di questo popolo sofferente i cui lamenti salgono fino al cielo ogni giorno più impetuosi, vi supplico, vi scongiuro, vi ordino in nome di Dio: cessi la repressione!".
Dopo questa sfida ai comandi militari era apparentemente sereno come avesse assolto il suo dovere, e andò a mangiare in quella che era la sua famiglia d’adozione, quella dell’amico Barraza, un commerciante. Giocò dapprima con i bambini, ma a tavola apparve smarrito: "Si tolse gli occhiali, cosa che non faceva mai, e rimase in un silenzio che fu per tutti noi molto grave. Lo si vedeva abbattuto e triste. Mangiava la minestra con lentezza e ci guardava attentamente uno per uno. Eugenia, mia moglie, che alla tavola gli sedeva a fianco, restò interdetta per uno sguardo lungo e profondo che le rivolse, come volesse dirle qualcosa. Dai suoi occhi sgorgarono lacrime. Lupita lo rimproverò: ‘Ma perché, che motivo c’è di piangere?’. Eravamo tutti perplessi. Improvvisamente si mise a parlare dei suoi migliori amici, sacerdoti e laici. Li nominava uno a uno, mostrando ammirazione per ciascuno di loro e lodandone le virtù che aveva scoperto e i doni che Dio aveva dato loro. Un pranzo come quello, a casa nostra, non c’era mai stato. Fu triste e sconcertante per tutti noi". Così Romero il giorno prima della morte».
prof. Roberto Morozzo della Rocca, 4 febbraio 2015