«L'invidia dei sommi sacerdoti è gravissima, devastante (cfr Mc 15,9-10). Storicamente si può capire da dove nasca: Gesù si presenta con l'autorità di un maestro, mettendosi un po' al di sopra di coloro che si limitavano al ruolo di trasmettitori e commentatori della Legge. (…)
Dobbiamo anzitutto rilevare che l'invidia, la sofferenza per il bene altrui, è un sentimento assai diffuso. Ogni volta che qualcuno possiede qualcosa che io non ho, scatta in me il desiderio cattivo di privarlo o che comunque sia io e non lui a possedere. (…)
L'invidia è tipica degli ambienti organizzati gerarchicamente - si parla di invidia clericalis -, serpeggia nelle "corti" di ogni tipo, e un po' anche in noi.
E, in ambiti religiosi, ha una caratteristica che la rende ancora più insidiosa e subdola: si manifesta con una forma apparente di zelo, ammantata di osservanza e di rigore, di purezza. L'esperienza mi ha insegnato a diffidare delle persone troppo severe ed esigenti, perché sembra che, dietro alla loro corazza di intransigenza, nascondano qualche debolezza, invidia o fragilità.
Come superare l'invidia, la cui radice è nel cuore di ognuno? Il rimedio, semplicissimo, sta nel godere sinceramente del bene altrui, nel lodare e ringraziare per il bene dell'altro. Allora il nostro cuore si apre e l'invidia che è sempre in agguato si ritira in buon ordine - almeno fino alla prossima occasione, perché è una talpa che vien fuori dalla tana quando trova via libera!».
Carlo Maria Martini, Le tenebre e la luce, 84-86.