«L’ambizione è il gusto del potere, di qualsiasi tipo - intellettuale, politico, economico, militare -, che si mira a raggiungere a qualunque costo. Ma forse l'ambizione più tremenda, più forte, più ipocrita perché ammantata di religiosità è quella che pretende di dominare le anime, l'ambizione del potere spirituale.
Il desiderio di comandare brucia pure i sommi sacerdoti, gli scribi, i farisei: proprio perché Gesù minaccia di privarli del loro potere spirituale, diviene per loro una spina nella carne (cfr Mc 3,1-6).
E’ il timore di vedersi sottrarre una supremazia religiosa, intellettuale: abbiamo il potere di far osservare il sabato alla gente, che lo osserva esattamente come diciamo noi, e lui ce lo toglie.
Ricordiamo inoltre che Gesù frequentava i peccatori, annunciava il perdono di Dio, rimetteva i peccati, mettendo in questo modo a repentaglio il privilegio di offrire sacrifici per le colpe nel tempio; si creavano, di conseguenza, anche problemi economici gravissimi. La stessa purificazione del tempio (cfr Gv 2,14-16 e i paralleli sinottici) probabilmente non era stata compiuta da Gesù soltanto per togliere un po' di disordine, bensì per mostrare che l'economia del perdono attraverso i sacrifici stava per essere superata. Coloro che vivevano di tale economia vengono perciò messi in allarme.
Abbiamo molto da riflettere. Perché in ogni forma di vita associata emerge il gusto di comandare, di primeggiare comunque, una tendenza in cui anche il denaro ha il suo ruolo. E quando non si riesce più a essere i primi, subentra l'amarezza, la depressione, la perdita di senso; l'entusiasmo iniziale per una causa si trasforma in critica accanita nei confronti della causa stessa.
Non dimentichiamo, infine, che l'ambizione si riveste spesso, quasi per autogiustificarsi, di buone intenzioni: si vuole il potere per fare il bene, perché ci si ritiene capaci di dirigere gli altri verso lo scopo giusto. E addirittura si traveste facilmente, come abbiamo visto per l'invidia, di santità, di devozione, di rigore morale».
Carlo Maria Martini, Le tenebre e la luce, 86-88.