Non subito, ma beato: il miracolo di Romero 
di Nuccio Ciconte 
“Il cattolico, o per meglio dire il cristiano, quando si creano le condizioni giuste per un’insurrezione popolare, deve partecipare come tutti gli altri cittadini”. Era il 25 ottobre 1979. A dirmi queste parole in un’intervista per l’Unità non era un “prete rivoluzionario” o un esponente della “teologia della liberazione”. Era un ex parroco di campagna, un conservatore e proprio per questo da quasi due anni, scelto come arcivescovo di San Salvador. Non era la prima volta che andavo a trovare monsignor Óscar Arnulfo Romero nella sua residenza privata, in una bella zona collinare della capitale.
Pochi giorni prima, come ogni domenica da quando mi trovavo in quel disgraziato Paese del Centro America, ero nella basilica del Sacro Cuore. Sull’altare, a celebrare messa, c’era monsignor Romero. Le sue omelie erano un appuntamento imperdibile. Lo erano per noi pochi giornalisti internazionali che di tanto in tanto andavamo per raccontare le atrocità di uno tra i più duri regimi militari delle “Repubbliche delle banane”, ma soprattutto per una fetta sempre più crescente di popolo salvadoregno. In migliaia riempivano la basilica o si assiepavano davanti alla chiesa dove la parole di monsignor Romero venivano diffuse dagli altoparlanti; tanti, tantissimi altri si sintonizzavano sulla radio dell’arcivescovado. Quelle omelie erano un pugno nello stomaco ai vertici militari e a quel gruppo di grandi famiglie di oligarchi che tentavano di schiacciare ogni forma di protesta sindacale o politica, esercitando un ferreo controllo sui giornali, le radio, le televisioni. L’unica voce fuori dal coro – in un paese senza informazione – era quella alta e forte di monsignor Romero: dall’altare faceva un minuzioso resoconto della settimana passata. Citava il numero dei morti uccisi dalla repressione, ricordando il nome e il cognome delle vittime e accusava gli apparati di sicurezza dello Stato. Denunciava naturalmente anche episodi di violenza gratuita della guerriglia di sinistra.
Partecipare alla messa domenicale era una sfida aperta al regime. I salvadoregni che salivano i gradini del Sacro Cuore sapevano di rischiare la vita, ma andavano per farsi coraggio e non lasciare solo l’ex parroco di campagna.
Perché, seppur circondato dall’affetto dei più poveri, dai ceti popolari, monsignor Romero era davvero solo. Era odiato dai detentori del potere che lo consideravano un traditore (l’arcivescovo aveva incominciato a denunciare le atrocità del regime quando un anno prima gli squadroni della morte avevano ucciso Rutilio Grande, un tranquillo sacerdote, suo grande amico). Non era d’altra parte molto amato dagli ambienti di sinistra, dai seguaci della “teologia della liberazione”.
Ricordo i commenti liquidatori che avevo raccolto, nei miei primi viaggi, all’Università cattolica di El Salvador. Solo un anno dopo quei gesuiti che disquisivano sui massimi sistemi cominciarono a guardarlo con meno ostilità. La stessa cosa era successa con i gruppi guerriglieri (i cubani bollavano l’arcivescovo come un “pattinatore”, uno che va da una parte all’altra). Sì, era solo monsignor Romero e guardato con fastidio anche in Vaticano, tanto che all’indomani del 24 marzo 1980, quando fu assassinato mentre celebrava la messa in una piccola cappella della capitale, Giovanni Paolo II si limitò a inviare ai vescovi salvadoregni soltanto un generico, quanto freddissimo, messaggio di cordoglio. Poi nulla più. Oggi, dopo
 35 anni, Óscar Arnulfo Romero verrà beatificato e finalmente riconosciuto come martire della Chiesa.
Quel monsignore l’avevo visto per l’ultima volta il 27 gennaio 1980. Era domenica. Dopo l’omelia, sulla sua Fiat 750 avevamo raggiunto la sede del soccorso giuridico dell’arcivescovato dove c’era una riunione con i familiari dei desaparecidos. Erano giorni difficili. Le intimidazioni contro i giornalisti stranieri pesanti. “Chiamatemi anche di notte, avete il mio numero diretto”, ci diceva per farci coraggio. E quando gli chiedevamo se avesse paura, rispondeva evasivo: “Militari e latifondisti non mi amano, non mi considerano un loro fratello...”.
Aveva ricevuto minacce ma apparentemente era tranquillo. Ricordo il giudizio sprezzante di un diplomatico occidentale: “Il compito della Chiesa non è fare politica. Ma lui vuol fare la prima donna. Tanto sa che è un intoccabile, nessuno gli farà del male”. Fu assassinato due mesi dopo.
in “il Fatto Quotidiano” del 23 maggio 2015