« (...) La sinodalità infatti non è regime e non è politica: ha a che fare con un fatto storico. E cioè col prolungarsi — intermittente e durevole, attestato in tutte le tradizioni cristiane — della celebrazione eucaristica (la “sinassi”) in atti di decisione comune: che derivano l’autorità non da un principio di delega, ma dalla capacità di rendere presente (“rap-presentare” in questo senso) il Cristo stesso in un atto di obbedienza al Vangelo. Nessun evento sinodale — nemmeno il concilio ecumenico, come ricordava Ratzinger — dunque fa parte della “struttura” della chiesa: ma nel momento in cui si genera un evento sinodale — è questo che Ratzinger non capiva — allora le cose cambiano: e quella esperienza di comunione, le decisioni e l’evento che la comunione produce, guadagnano uno status ed una effettività in un tempo e per un tempo.
(...) Il fatto sinodale ha agito in contesti storici molto distanti e variati: dalla decisione comunitaria al sinodo diocesano, dal concilio provinciale a quello ecumenico. Un fatto che invoca obbedienza a una decisione presa nella obbedienza al Vangelo: e che dunque ha autorevolezza perché ha a che fare con «alcune proprietà della vita della chiesa» — che possono restare inespresse, ma non per sempre». (...) «Francesco ha fatto tornare la sinodalità dall’esilio, con il suo stile. Ha reso “conciliare” il sinodo dei
vescovi: ne ha moltiplicato le sessioni e vi ha fatto affiorare il conflitti (così da rendere visibile la esiguità quantitativa e teologica di chi, impugnando un documento pontificio, solleva “dubbi” sulla sostanza del Vangelo): ma lo ha fatto a norme invariate, cioè senza provocare una riflessione del sinodo su se stesso».
Alberto Melloni, 19 gennaio 2017