Lettera del Santo Padre al nuovo Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede
A Sua Eccellenza Reverendissima Mons. Victor Manuel Fernández
Vaticano, 1 luglio 2023
Caro fratello,
Come nuovo Prefetto del Dicastero per la Dottrina della fede, ti affido un compito che considero molto prezioso. Ha lo scopo centrale di custodire l'insegnamento che scaturisce dalla fede per "dare ragione alla nostra speranza, ma non come nemici che puntano e condannano"[1].
Il Dicastero che presiederai in altri tempi ha usato metodi immorali. Erano tempi in cui più che promuovere il sapere teologico si perseguivano possibili errori dottrinali. Quello che mi aspetto da voi è sicuramente qualcosa di molto diverso.
Sei stato decano della facoltà di teologia di Buenos Aires, presidente della Società Argentina di Teologia e sei presidente della Commissione per la fede e la cultura dell'Episcopado argentino, in tutti i casi votato dai tuoi pari, che in questo modo hanno valorizzato il tuo carisma teologico. Come rettore della Pontificia Università Cattolica Argentina hai incoraggiato una sana integrazione del sapere. D'altra parte, sei stato parroco di "Santa Teresita" e finora arcivescovo di La Plata, dove hai saputo mettere in dialogo il sapere teologico con la vita del santo popolo di Dio.
Dato che per le questioni disciplinari – legate in particolare agli abusi di minori – recentemente è stata creata una sezione specifica con professionisti molto competenti, ti chiedo di dedicare il tuo impegno personale in modo più diretto allo scopo principale del Dicastero che è “salvare la fede”[2].
Per non limitare il significato di questo compito, bisogna aggiungere che si tratta di "aumentare l'intelligenza e la trasmissione della fede al servizio dell'evangelizzazione, affinché la sua luce sia un criterio per comprendere il significato dell'esistenza, soprattutto di fronte alle domande che pongono il progresso delle scienze e lo sviluppo della società”[3]. Queste questioni, accolte in un rinnovato annuncio del messaggio evangelico, “diventano strumenti di evangelizzazione”[4], perché ci permettono di entrare in conversazione con “il contesto attuale in ciò che ha di inedito per la storia dell’umanità”[5].
Inoltre, sai che la Chiesa “deve crescere nella sua interpretazione della Parola rivelata e nella sua comprensione della verità”[6] senza che ciò implichi un unico modo di esprimerla. Perché "le diverse linee di pensiero filosofico, teologico e pastorale, se si lasciano armonizzare dallo Spirito nel rispetto e nell'amore, possono anche far crescere la Chiesa"[7]. Questa crescita armoniosa preserverà la dottrina cristiana più efficacemente di qualsiasi meccanismo di controllo.
È bene che il tuo compito esprima che la Chiesa “incoraggia il carisma dei teologi e il loro sforzo di ricerca teologica” purché “non si accontentino di una teologia da scrivania”[8], con “una logica fredda e dura che cerca di dominare tutto”[9]. Sarà sempre vero che la realtà è superiore all'idea. In questo senso, abbiamo bisogno che la teologia sia attenta a un criterio fondamentale: considerare “inadeguata qualsiasi concezione teologica che alla fine metta in discussione l’onnipotenza di Dio e, in particolare, la sua misericordia”[10]. Abbiamo bisogno di un pensiero che sappia presentare in modo convincente un Dio che ama, che perdona, che salva, che libera, che promuove le persone e le convoca al servizio fraterno.
Questo succede se "l'annuncio si concentra sull'essenziale, che è il più bello, il più grande, il più attraente e allo stesso tempo il più necessario"[11]. Sai bene che c'è un ordine armonioso tra le verità del nostro messaggio, dove il pericolo più grande si verifica quando le questioni secondarie finiscono per oscurare le centrali.
All'orizzonte di questa ricchezza il tuo compito implica anche una particolare cura per verificare che i documenti del Dicastero stesso e degli altri abbiano un adeguato sostentamento teologico, siano coerenti con il ricco humus dell'insegnamento perenne della Chiesa e allo stesso tempo ospitino il Magistero recente.
La Vergine Santissima ti protegga e ti protegga in questa nuova missione. Ti prego, non smettere di pregare per me.
Fraternalmente.

Mettersi a posto
di Lisa Ginzburg
Il rapporto tra chi osserva e chi è osservato si può intendere come di potere. Un fotografo, per esempio, esercita una forza nei confronti del proprio soggetto, nel momento in cui lo ha scelto e lo fa mettere in posa.
Lo sguardo è una forma di presa di possesso sul soggetto guardato, un atto che cela un’implicita richiesta di adeguamento da parte del “ritratto” alle richieste di colui che lo ritrae. Accade in fotografia, accade in pittura, in scultura, nel cinema: l’osservatore (pittore, fotografo, scultore, regista) si avvale di un astratto diritto di larvata supremazia. Uno stato di cose cui non mancano però luminose eccezioni: come quando la fotografa Diane Arbus racconta il suo adattarsi alle «cose malmesse». Lei che ha saputo ritrarre con sensibilità unica tanti soggetti “strani”, marginali, affetti da deformità, dice che sempre l’imperativo è stato adattarsi lei ai soggetti che fotografava, e non viceversa. «Se qualcosa è fuori posto davanti a me, mi metto a posto io», ha scritto in una illuminante nota sulla sua professione. “Metterci a posto noi”, gli osservatori, davanti a tante condizioni di caos, o malessere, o altro che trovandocelo di fronte ci procura disagio. Avere l’umiltà di essere noi a riposizionarci: quante volte dovremmo farlo, e non ne siamo capaci.
in “Avvenire” dell’8 marzo 2023

"Naturalmente spero che i ricchi turisti sepolti in un sommergibile durante una gita al relitto del Titanic vengano salvati. Leggo a tal proposito che le ricerche proseguono "con un grande dispiegamento di forze della Guardia Costiera degli Stati Uniti e delle forze armate canadesi".
Ahimé, non può non saltare agli occhi che decine di migliaia di umani nel Mediterraneo - che non possono certo pagare 250.000 dollari per una scampagnata in fondo al mare - non ricevono la medesima attenzione. Ma nemmeno un miliardesimo di quell'attenzione".
Mario Domina, Facebook, 230620

     Perché un prete in una comunità cristiana?

  1. Se si rispondesse: “Per fare la messa”, lo si ridurrebbe a due mani che offrono il pane e il vino e li consacrano con le parole di Gesù. E di fatto è spesso pensato e vissuto così: un uomo che non conosce e non è conosciuto dalla assemblea, però ha la “potestas” (il potere) di consacrare l’Eucarestia. Celebra e va, di fronte spesso a persone che arrivano, assistono al rito e se ne vanno (ancor prima che finisca il canto finale).
  2. Se si rispondesse: “Per le confessioni”, lo si considererebbe solo come un distributore di perdono, piazzato magari in un confessionale di un luogo particolarmente rinomato, senza rapporto con la vita della comunità e del penitente.
  3. Se si rispondesse: “Per star dietro ai giovani” o “Per star dietro agli anziani”, lo si vedrebbe solo come un operatore sociale, dedicato a organizzare eventi.
  4. Se si rispondesse: “Per istruire, guidare…”, lo si getterebbe nell’unico ruolo di maestro, insegnante, colto magari, permanendo nella convinzione che gli altri fedeli non sanno o non sanno fare.
  5. Se si rispondesse: “Per prendere le decisioni e mettere le firme”, gli si metterebbe l’elmetto del costruttore o il berretto piumato del generale, con la conseguente deresponsabilizzazione del resto dei “sudditi”.
  6. Se si rispondesse… quante altre risposte‼

     Tutte devono essere osservate, verificate, criticate alla luce di due forti idee-guida:

- la prima: il bene da custodire è il corpo reale di Cristo, la Chiesa. Gesù vuole molto bene alla Chiesa e la considera come la sua Sposa, la cui bellezza splendente deve essere la comunione, la fraternità dei rapporti, tra le diverse componenti, tutte piene di Spirito Santo. A volte, però, questa comunione è segnata, ferita dalle incomprensioni, dal peccato, dalla incapacità di articolare le ricchezze di tutti. Ecco perché, con la presenza dello Spirito Santo invocato nel rito di ordinazione, alcuni sono presi dal popolo e dedicati alla cura della edificazione della Chiesa, che resta ricca di tanti doni;

- la seconda: lo stile di coloro che servono l’unità della Chiesa nel rispetto delle varie componenti, deve essere quello di Gesù, Colui che si fa servo e offre la sua vita per il bene di tutti.

     Fuori da questi due criteri (ecclesiologico e cristologico) intrecciati, si dà una leadership che assomiglia troppo a quella del “mondo”, che ha come stile quello del boss o del narciso e come obiettivo il profitto, l’interesse.

     Invochiamo lo Spirito Santo perché illumini la Chiesa tutta a scegliere coloro che possano servire la comunione… pena il rischio di dissolvere il corpo di Gesù, la Chiesa, per la quale Cristo ha dato tutto se stesso.

don Marco

"Vedi caro, è difficile spiegare,
è difficile capire se non hai capito già.
Certe frasi sono un niente che non serve più sentire.
Vedi caro, è difficile spiegare,
è difficile capire se non hai capito già".
Francesco Guccini, Vedi cara

"All'angelo della Chiesa di Laodicèa scrivi: 'Così parla l'Amen, il Testimone fedele e verace, il Principio della creazione di Dio: 15 Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! 16 Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca'" (libro dell'Apocalisse 3,14-16).

C'era una volta sul Monte Athos un monaco che viveva a Karyes.
Beveva ogni giorno e si ubriacava e faceva scandalizzare i pellegrini.
Ad un certo punto morì e alcuni fedeli, sollevati, andarono dall'anziano Paisios per dirgli con grande gioia che questo enorme problema era stato finalmente risolto.
Padre Paisios rispose loro che sapeva della morte del monaco, dopo aver visto un intero battaglione di angeli che venivano a ricevere la sua anima.
I pellegrini si chiedevano e protestavano e alcuni cercavano di spiegare al vecchio Paisios di chi stessero parlando esattamente, pensando che il vecchio non capisse.
Padre Paisios disse loro: "Questo particolare monaco è nato in Asia Minore, poco prima della distruzione quando i turchi prendevano tutti i maschi. Per non portarlo via dai suoi genitori, lo portarono con loro al raccolto e perché non piangesse gli misero un po' di raki (grappa) nel latte perché dormisse. Perciò crescendo è diventato un alcolizzato. Ad un certo punto e dopo aver scoraggiato le risposte di vari medici a non mettere su famiglia, salì sul Monte Athos e si fece monaco. Lì trovò un vecchio e gli disse che era un alcolizzato. Il vecchio gli disse di fare penitenze e preghiere tutte le sere e di chiedere alla Vergine Maria di aiutarlo a ridurre almeno di 1 bicchiere di tutti quelli che beveva. Dopo un anno, con fatica e pentimento, è riuscito a diminuire dai 20 bicchieri che beveva, a 19 bicchieri. La lotta è continuata negli anni e ha raggiunto i 2-3 bicchieri in meno, ma con i restanti si ubriacava lo stesso".
Per anni il mondo ha visto un monaco alcolizzato che scandalizzava i pellegrini, mentre Dio vedeva un guerriero combattente che lottava con grande fatica per vincere il suo problema.
Cercherò di ricordarmene. Mc

Nel mondo ci sono persone che considerano gli altri come degli incapaci, perennemente incapaci.
Ci sono altre persone che considerano gli altri come dei maturi, sempre maturi.
Esistono poi delle persone che gli altri non li considerano, non li vedono proprio.
Mc 230608

 

 Oltre la sparizione dei preti, anche quella dei matrimoni: ma ci tocca?
di Sergio Di Benedetto
Una ricerca della diocesi milanese manifesta numeri dei preti in forte diminuzione; ma il dato ancora più marcato riguarda il netto calo dei matrimoni religiosi. Eppure non se ne parla.
6 giugno 2023

Hanno fatto abbastanza scalpore, perché rimbalzati sui media nazionali, i risultati di una ricerca pubblicata su La Scuola Cattolica (rivista del Seminario di Milano) condotta da don Martino Mortola e don Paolo Brambilla, con l’aiuto di demografi dell’Università Cattolica di Milano.

L’indagine, di natura primariamente statistica, ma con abbondanti ricadute pastorali, ha suscitato interesse e visibilità perché denuncia che nel prossimo futuro ci sarà un drastico calo del numero di sacerdoti attivi nel ministero della diocesi ambrosiana.

Di per sé questa non è una novità: basta avere un minimo il polso della situazione e il coraggio dell’intelligenza per confrontarsi con una realtà che, da tempo, è ormai evidente e che richiederebbe una grande forza e una ancor più grande libertà di cambiamento: queste però ancora faticano a sorgere.

In particolar modo ha avuto risonanza la notizia che nel 2040 (quindi fra 17 anni, non 170) ci saranno meno di 100 preti sotto i quarant’anni, in una diocesi che conta 5 milioni di abitanti (e, ad oggi, circa 1600 preti, molti ormai anziani): dati che, al solito, scatenano il web, mentre dovrebbero invitare a un ripensamento generale di quello che sarà il quotidiano delle nostre comunità, dei suoi sacerdoti e dei suoi laici.

C’è però un dato che è passato sotto silenzio nel dibattito — ennesimo segno che di clericalismo siamo un po’ tutti preda — ed è questo: dai 18.000 matrimoni religiosi degli anni ’90, ora siamo a circa 4.000 all’anno. Se la matematica non mi inganna, un calo circa dell’80%. Insomma, pochissimi ormai si sposano in chiesa (e pure questo è noto), ma anche qui il peso del numero è rilevante.

Va da sé, tutto si tiene: ordinazioni sacerdotali, matrimoni religiosi, battesimi (diminuiti anch’essi grossomodo del 70%, ma meno dei matrimoni religiosi). Tuttavia, a parte qualche sparuta voce e qualche buon esempio, si avverte un generale scoramento e un fatalismo innegabile sul tema del matrimonio: un calo vertiginoso dell’80% porta con sé numerose e serie questioni di pastorale giovanile, di pastorale educativa, di evangelizzazione delle relazioni, a partire da quelle decisive (il rapporto tra fidanzati, conviventi, etc.), di antropologia, di morale. E mentre si continuano ad additare esempi familiari fuori tempo massimo, tanto astratti quanto disincarnati, tutti intrisi di devozionalismo, sono una manciata coloro che compiono una scelta di matrimonio cristiano (a margine: tempo fa chiedevo quale pastorale si pensa per i conviventi, ossia la maggior parte delle persone che vivono la relazione di coppia sotto i 50 anni).

Tutto questo domanda una radicale revisione di approcci e percorsi, di creatività e di coraggio, di rivisitazione della concretezza della vita familiare (molto di più delle proposte arrivate l’anno scorso, su cui abbiamo già espresso forti riserve io e Gilberto Borghi); ma richiede anche uno sguardo vero, senza infingimenti, che si stacchi dal “non avremo più preti in parrocchia” e inizia a chiedersi: “avremo sposi in parrocchia”?

Passare sotto silenzio anche questi dati di realtà è l’ennesimo segno che il mondo va da una parte e spesso noi continuiamo ad arrabbiarci con l’orologio, perché non ferma le sue lancette. Alla radice, però, viene da chiedersi: il matrimonio cristiano — per come generalmente lo si presenta, lo si testimonia, lo si propone e, forse, lo si vive, — ha ancora qualcosa di significativo ed evangelico da dire agli uomini e le donne contemporanei?
https://www.vinonuovo.it/teologia/pensare-la-fede/oltre-la-sparizione-dei-preti-anche-quella-dei-matrimoni-ma-ci-tocca/?fbclid=IwAR2NEvslH4He-VRZt89be0dLNtX2gGIsYFrrprO2lA4sL_Aiq3jvQmEobRI

*papa Francesco in occasione della Giornata Mondiale dell’Ambiente*:
(...) "Abbiamo assistito a una «*crescente sensibilità riguardo all’ambiente e alla cura della natura*», maturando «una sincera e dolorosa preoccupazione per ciò che sta accadendo al nostro pianeta» (Enc. Laudato si’, 19). Gli esperti evidenziano chiaramente come le scelte e le azioni messe in atto in questo decennio avranno impatti per migliaia di anni. Si è ampliata la nostra conoscenza sull’impatto delle nostre azioni sulla nostra casa comune e su coloro che la abitano e che la abiteranno. Questo ha accresciuto anche il nostro senso di responsabilità davanti a Dio, che ci ha affidato la cura del creato, davanti al prossimo e davanti alle generazioni future.
«Mentre l’umanità del periodo post-industriale sarà forse ricordata come *una delle più irresponsabili della storia*, c’è da augurarsi che l’umanità degli inizi del XXI secolo possa essere ricordata per aver assunto con generosità le proprie gravi responsabilità» (ibid., 165).
Il *fenomeno del cambiamento climatico* ci richiama insistentemente alle nostre responsabilità: esso investe in particolare i più poveri e più fragili, coloro che meno hanno contribuito alla sua evoluzione. È dapprima *una questione di giustizia e poi di solidarietà*. Il cambiamento climatico ci riporta anche a fondare la nostra azione su una cooperazione responsabile da parte di tutti.
(...) Si tratta di una sfida “grande” e impegnativa, perché *richiede un cambio di rotta, un deciso cambiamento dell’attuale modello di consumo e di produzione*, troppo spesso impregnato nella cultura dell’indifferenza e dello scarto, scarto dell’ambiente e scarto delle persone. (...)
«Non rubiamo alle nuove generazioni la speranza in un futuro migliore».
https://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2023/06/05/0426/00948.html?fbclid=IwAR21DTfdzz_sMyIM3r3BY8RKFFzX_T2zNADsst-vDzCs84Mj1DN5jOTjpIA

Il papa ai preti: non scapoloni ma pastori con lo stile di Gesù

di Mimmo Muolo

Sacerdoti. Non scapoloni. Pastori «con lo stile di Gesù», non «chierici di stato» o «professionisti del sacro». Estranei alla «perversione» del clericalismo», capaci di stare con gli altri, immuni all’invidia, che spesso sfocia nel «chiacchiericcio» e men che mai affetti da quello che Francesco ha definito una forma di «bullismo» nei confronti degli stessi confratelli. Ma soprattutto i sacerdoti sono uomini di quattro relazioni: con Dio, con il vescovo, con gli altri presbiteri e con il popolo.

Sono gli spunti che il Papa ha offerto ieri ai partecipanti al simposio “Per una teologia fondamentale del sacerdozio”, promosso dalla Congregazione per i vescovi, nell’Aula Paolo VI, in Vaticano. Quelle quattro vicinanze, ha spiegato, riproducono « lo stile di Dio, che fondamentalmente è uno stile di vicinanza».

Papa Bergoglio ha premesso di non voler fare «teoria», ma di voler parlare della testimonianza ricevuta «da tanti sacerdoti nel corso degli anni», contemplando «quali erano le caratteristiche che li distinguevano e davano ad essi una forza, una gioia e una speranza singolari nella loro missione pastorale». E di questa testimonianza concreta appaiono infatti intessute le sue parole di ieri. La logica delle vicinanze, ha ricordato innanzitutto, consente al sacerdote «di rompere ogni tentazione di chiusura, di autogiustificazione e di fare una vita “da scapolo”, o da scapolone», perché invita a fare appello agli altri «per trovare la via che conduce alla verità e alla vita». In altri termini si tratta di quattro dimensioni che permettono «di gestire le tensioni e gli squilibri» di ogni giorno, una «buona scuola per giocare in campo aperto».

Francesco ha anche invitato a non restare ancorati alle consuetudini di ieri e a non lasciarsi attrarre troppo dalle fughe in avanti. «Sento che Gesù – ha detto –, in questo momento storico, ci invita ancora una volta a “prendere il largo” con la fiducia che, guidati da Lui, potremo discernere l’orizzonte da percorrere». In sostanza, citando la Pastores dabo vobis, di san Giovanni Paolo II, secondo cui «il sacerdote, come la Chiesa, deve crescere nella coscienza del suo permanente bisogno di essere evangelizzato », ha aggiunto a braccio: «Vai a dire tu a qualche vescovo, a qualche sacerdote che deve essere evangelizzato… non capiscono. È il dramma di oggi». Il Papa ha quindi analizzato le quattro vicinanze. Che cosa significa dunque vicinanza a Dio? Senza «una relazione significativa con il Signore – ha sottolineato – il nostro ministero è destinato a diventare sterile». Invece la vicinanza con Gesù, il con- tatto con la sua Parola, ci permette di confrontare la nostra vita con la sua e imparare a non scandalizzarci di niente di quanto ci accade, a difenderci dagli “scandali”». Dunque è una vicinanza che si nutre di ascolto della Parola, celebrazione eucaristica, silenzio dell’adorazione, affidamento a Maria, accompagnamento saggio di una guida, sacramento della Riconciliazione». Senza questo, e soprattutto senza la preghiera, un sacerdote è «solo un operaio stanco», ha ammonito il Pontefice. Per questo è bene riuscire a «rinunciare all’attivismo », per fare posto proprio nella preghiera «a tutta la miseria e al dolore» che il presbitero «incontrerà quotidianamente nel suo ministero, fino al punto di diventare egli stesso come il cuore di Cristo».

Quanto alla vicinanza al vescovo, il Papa ha corretto l’interpretazione secondo cui «per molto tempo» essa è stata di fatto identificata con l’obbedienza a senso unico. «Un’interpretazione lontana dal sentire del Vangelo». Ma il vescovo «non è un vigilatore, è un padre». E dunque l’obbedienza «può essere anche confronto, ascolto e, in alcuni casi, tensione». In sostanza, mentre è necessario «che i sacerdoti preghino per i vescovi e sappiano esprimere il proprio parere con rispetto e sincerità», anche ai vescovi è richiesta «umiltà, capacità di ascolto, di autocritica e di lasciarsi aiutare».

in “Avvenire” del 18 febbraio 2022

a cura di don Francesco Scanziani

Cos'è quella montagna in rosso?
Questa è una delle installazioni della nuova mostra permanente della Cité des sciences et de l'industrie, a Parigi, dedicata all'emergenza climatica.
🐂 La montagna rossa è il numero di kg di CO2 equivalente emessi per produrre 1 kg di carne bovina (27,84 kg).
🐟 La montagna blu è la stessa per il pesce (9,04 kg).
🐓 La montagna arancione è il pollo (5,52 kg)
🍚 La montagna grigia è il riso (2,76 kg).
Nei vassoi accanto, le piccole montagne sono alimenti (tutti a base vegetale) che emettono molti meno gas serra.
🥔 Compresa la patata in primo piano che emette solo 0,37 kg di CO2 per ogni kg prodotto.
Sapendo che il sistema alimentare contribuisce al 34% delle emissioni globali di gas serra, se vogliamo seriamente ridurle è importante tenere a mente questi ordini di grandezza.
https://www.facebook.com/pgarbownik

#piccolo
di Gianfranco Ravasi
"Niente è piccolo per una mente grande".
Come sanno tutti gli investigatori, gli indizi anche minimi possono essere decisivi per risolvere un giallo. Lo insegnava sistematicamente con la sua strabiliante acutezza psicologica e logica Sherlock Holmes, il popolare detective dei romanzi di Arthur Conan Doyle (1859-1930). Ed è proprio lui a darci il consiglio che abbiamo citato e che possiamo trasformare in un monito con un taglio morale ed esistenziale, in un tempo in cui trionfa l’eccesso a tutti i livelli. Saper vivere i piccoli valori è talora più impegnativo di atti grandiosi: la quotidianità è il campo di esercizio della vera grandezza umana.
Ma, stando più strettamente lungo la linea tracciata da Doyle, vorremmo aggiungere un ideale commento folgorante, proveniente da una vera «mente grande». Lo propone, infatti, nel suo Zibaldone Giacomo Leopardi: «I fanciulli trovano il tutto nel nulla, gli uomini il nulla nel tutto». È significativo che Cristo, stracciando la prassi antica di ignorarli, aveva scelto i bambini a emblema perfetto, anzi, a maestri di noi adulti: «Se non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli» (Matteo 18,3). È un esercizio di purezza interiore del cuore, è una catarsi del nostro sguardo e del nostro orecchio da immagini prepotenti e infami e da boati e da parole sopra le righe e aggressive. È, in positivo, riuscire qualche volta di più - come suggeriva un altro poeta, l’inglese William Blake - a «vedere il mondo in un granello di sabbia, il firmamento in un fiore di campo, a tenere l’infinito nel cavo della mano, l’eternità in un’ora».
in “Il Sole 24 Ore” del 19 febbraio 2023

L'Unico che non finì di danzare
"Un giorno chiesero a Neureyev cosa provava all'idea che, prima o dopo, avrebbe smesso di danzare. Pare che inaspettatamente egli si concesse un ampio sorriso, prima di rispondere con assoluta certezza che quell'addio avrebbe coinciso con l'attimo stesso dell'addio alla vita, perché "solo la morte è la fine della danza".
In un giorno qualsiasi sotto Tiberio, dopo l'ennesimo cadavere tirato giù e sistemato per il sonno eterno, ecco che lo squallido copione si scardina del tutto, e a distanza di duemila anni sia i credenti che gli scettici fanno ancora i conti con l'unico che dopo la morte non finì di danzare.
Nel polittico Averoldi, dipinto cinque secoli fa da Tiziano Vecellio, Gesù è raffigurato con le braccia aperte, quasi si divertisse a mimare la posizione del crocifisso senza più la croce, e si slancia sulla gamba sinistra sollevando l'altra in aria, torcendo il busto: insomma, la sua sembra davvero una danza.
E in quel danzare c'è il riscatto di tutto ciò che la morte ha tolto, sottratto o interrotto agli uomini, c'è il ribaltarsi di tutto. Ecco perché la Risurrezione di Tiziano è formidabile: lo è nella misura in cui ci racconta un Cristo danzante che è una liberazione, un oltraggio, una ribellione scandalosa.
Alla fine sta tutta qui la potenza eversiva del cristianesimo, ahimé cristallizzato in una liturgia che s'è fatta sclerosi, il cui nucleo era e resta: io e voi non ci perderemo, nel tempo, come lacrime nella pioggia".
Stefano Massini


Resistenza. Non cedere a forze o spinte

di Nunzio Galantino
(...) "La parola resistenza deriva dal verbo composto re-sistere; a sua volta collegato alla radice sanscrita stha, che esprime l’idea dello stare o del rendere fermo/stabile, preceduto dal prefisso rafforzativo re. Letteralmente la resistenza è l’atto fermo e ostinato del non cedere mediante una qualunque
forma di opposizione all’invadenza di una forza o di una spinta. Un termine che evoca essenzialmente staticità e voglia di non cedere. Non riferita però solo all’ambito fisico. (...) Altri autori hanno poi scritto sull’importanza della «resistenza intima», come la chiama J. M. Esquirol. Il filosofo catalano parte da una constatazione fin troppo evidente. Le forze che tendono a disgregare la nostra esistenza e a ridurre in frantumi le nostre relazioni non sono solo le forze esterne o quelle legate al clima. Vi sono pratiche quotidiane e forme di comunicazione che gradualmente, ma inesorabilmente, tendono a indebolire, se non proprio a demolire le risorse interiori di ciascuno di noi. Di fronte alla loro invadenza, può solo salvarci la «resistenza intima»,
che nulla ha a che fare con il comodo e sterile intimismo. Si tratta piuttosto di una resistenza molto vicina a quella maturata nella riflessione e nelle scelte di D. Bonhoeffer. Una resistenza che si nutre di responsabilità, non intende rinunziare all’analisi della realtà, resta fedele alla terra e, per non
arrendersi alla mediocrità, non ama pascersi di slogan irresponsabili".
in “il Sole 24 Ore” del 15 gennaio 2023

"Quando Dio tace: il mistero della Parola"
(...) "La Bibbia è per eccellenza Parola di Dio, ma è al tempo stesso “mistero”, vocabolo che ha alla base il verbo greco mýein, che significa “tacere, chiudere le labbra” (ed è ciò che accade quando si pronuncia questa parola).
(...) "La prima scena che scegliamo è descritta nel capitolo 19 del Primo Libro dei Re: un uomo avanza solitario sulle pendici scoscese e pietrose del monte Sinai. Alle spalle ha ancora il ricordo di giorni pieni di incubi, quando il potere repressivo lo voleva far tacere non solo chiudendogli la bocca, ma
anche cercando di eliminarlo fisicamente. È Elia, il profeta, il cui nome è già un programma: «Solo il Signore [Jhwh] è Dio». Non lo è Baal, la divinità che la regina Gezabele, principessa fenicia di Tiro, seguita dal marito, il re Acab, vorrebbe imporre al popolo ebraico.
Siamo nel IX secolo a.C. nel regno settentrionale di Israele, distinto da quello di Giuda e Gerusalemme, retto dai discendenti di Davide. A contestare la politica religiosa e sociale, colma di prevaricazioni e di ingiustizie, di quella coppia reale era rimasto soltanto Elia. Il profeta sta ascendendo verso la vetta ove Israele era nato come popolo, il Sinai, in una sorta di pellegrinaggio alle origini. Lassù Elia, che durante la marcia nel deserto era stato afferrato persino dalla tentazione di lasciarsi morire, cerca di ritrovare la sua vocazione profetica, precipitata nella crisi della
solitudine e dell’ostilità. Egli attende che il Signore gli parli.
Forse la voce divina si nasconde nel «vento impetuoso e gagliardo, capace di spaccare i monti e di infrangere le rocce. E invece il Signore non era nel vento. Dopo il vento ci fu un terremoto; ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto, ci fu una folgore; ma il Signore non era neppure nella folgore» (1Re 19,11-12). È alla fine che accade la grande sorpresa: l’originale ebraico di solito è tradotto così: «Dopo la folgore, ci fu il mormorio di un vento leggero» (19,13). Elia comprende che il vero Dio non è nel clamore, ma nella quiete, non è nella vendetta, ma nella costanza paziente
e, secondo la prassi sacrale, si copre il viso perché − come dice la Bibbia − «nessuno può vedere il volto di Dio e rimanere in vita» (Es 33,20). Tuttavia, quelle tre parole ebraiche, qôl demamah daqqah, prese in sé, significano letteralmente “una voce di silenzio sottile”. Dio è, sì, una voce, ma che ha il suo vertice nel silenzio, nel mistero. Irraggiungibile e irriducibile a figure o immagini, egli è ineffabile e invisibile, tant’è vero che il giudaismo non pronuncerà il suo nome, affidandolo solo a quattro consonanti (Jhwh). Eppure, questo Dio silenzioso non è muto, è attivo e rilancerà Elia nella
sua missione di giustizia e di verità, e il profeta in quel silenzio ritroverà la sorgente della vera parola che giudica e che salva. Ritornerà, così, nel regno di Israele a far sentire di nuovo con potenza la sua voce contro le ingiustizie e le apostasie". (...)
Gianfranco Ravasi, Avvenire, 2.4.2023

(...) «Questa è cattolicità: tutti noi, chiamati per nome dal buon Pastore, siamo chiamati ad accogliere e diffondere il suo amore, a rendere il suo ovile inclusivo e mai escludente. E, perciò, siamo tutti chiamati a coltivare relazioni di fraternità e di collaborazione, senza dividerci tra noi, senza considerare la nostra comunità come un ambiente riservato, senza farci prendere dalla preoccupazione di difendere ciascuno il proprio spazio, ma aprendoci all’amore vicendevole. (...)
Essere “in uscita” significa per ciascuno di noi diventare, come Gesù, una porta aperta. È triste e fa male vedere porte chiuse: le porte chiuse del nostro egoismo verso chi ci cammina accanto ogni giorno; le porte chiuse del nostro individualismo in una società che rischia di atrofizzarsi nella solitudine; le porte chiuse della nostra indifferenza nei confronti di chi è nella sofferenza e nella povertà; le porte chiuse verso chi è straniero, diverso, migrante, povero. E perfino le porte chiuse delle nostre comunità ecclesiali: chiuse tra di noi, chiuse verso il mondo, chiuse verso chi “non è in regola”, chiuse verso chi anela al perdono di Dio. Fratelli e sorelle, per favore, per favore: apriamo le porte! Cerchiamo di essere anche noi – con le parole, i gesti, le attività quotidiane – come Gesù: una porta aperta, una porta che non viene mai sbattuta in faccia a nessuno, una porta che permette a tutti di entrare a sperimentare la bellezza dell’amore e del perdono del Signore.
Ripeto questo soprattutto a me stesso, ai fratelli Vescovi e sacerdoti: a noi pastori. Perché il pastore, dice Gesù, non è un brigante o un ladro (cfr Gv 10,8); non approfitta, cioè, del suo ruolo, non opprime il gregge che gli è affidato, non “ruba” lo spazio ai fratelli laici, non esercita un’autorità rigida. Fratelli, incoraggiamoci ad essere porte sempre più aperte: “facilitatori” della grazia di Dio, esperti di vicinanza, disposti a offrire la vita».
pap Francesco, omelia del 30 aprile 2023

(...) "Con questo suo spirito di servizio, con la sua capacità di fare posto a Gesù, Giovanni il Battista ci insegna una cosa importante: la libertà dagli attaccamenti. Sì, perché è facile attaccarsi a ruoli e posizioni, al bisogno di essere stimati, riconosciuti e premiati. E questo, pur essendo naturale, non è una cosa buona, perché il servizio comporta la gratuità, il prendersi cura degli altri senza vantaggi per sé, senza secondi fini, senza aspettare il contraccambio. Farà bene anche a noi coltivare, come Giovanni, la virtù di farci da parte al momento opportuno, testimoniando che il punto di riferimento della vita è Gesù. Farsi da parte, imparare a congedarsi: ho fatto questa missione, ho fatto questo incontro, mi faccio da parte e lascio posto al Signore. Imparare a farsi da parte, non prendere qualcosa come un contraccambio per noi.
Pensiamo a quanto è importante questo per un sacerdote, che è chiamato a predicare e celebrare non per protagonismo o per interesse, ma per accompagnare gli altri a Gesù". (...)
papa Francesco, Angelus 15.01.2023

Veracità. Come ridare bellezza alla realtà
di Nunzio Galantino
"La veracità è il contrario della menzogna esistenziale. È il contrario della scelta consapevole di eludere, di rinunziare a porsi di fronte agli avvenimenti e ai volti. (...)
La veracità toglie gli occhiali che travisano la realtà. Le restituisce tutta la bellezza, ma anche tutta la sua drammaticità, tanto da esigere sempre una presa di posizione. Il verax (verace), anche etimologicamente, deriva da verum (vero) e ad esso attinge in massimo grado. Si può dire che la veracità è costruita a rinforzo del vero ed esprime la conformità di gesti e scelte esteriori con il proprio vissuto interiore, con i propri pensieri e con i propri sentimenti. Di questi, la veracità è segno. Fatta per lo più di poche parole o, forse, di nessuna.
È una pianta che cresce solo «nel silenzio e nella solitudine» (Romano Guardini, Lettere sull’autoformazione), senza la pretesa ricercata di dare lezioni. Cresce con un’unica pretesa: non mancare all’appuntamento con tutto ciò che chiede attenzione.
È questo il terreno di coltura della veracità. Da una parte, domande, mani tese, ferite che sanguinano, gioie che tendono a esplodere; dall’altra, attenzione, voglia di esserci per non eludere. È questo incontro che rende verace un’esistenza e sostituisce le logiche di calcolo meschino con una luminosità che non acceca, ma illumina e contagia. Proprio perché rinunzia allo scostante voler sapere tutto meglio e al sottolineare in maniera ossessiva sé stessi. Attraverso affermazioni enfatiche, racconti insopportabili, recite ripetitive e sguardi senz’anima.
L’esistenza verace non è al riparo dalla prova della solitudine in cui può essere ricacciata da domande e dubbi sulla strada che si sta percorrendo. Soprattutto quando lo si fa con discrezione e senza tramutare la propria veracità in una clava da brandire, nemmeno nei confronti di chi vive apertamente in maniera inautentica. La persona verace spesso dubita di non essere all’altezza. Questo farà crescere in lei il bisogno di prendersi pazientemente per mano e di fare altrettanto con gli altri".
in “Il Sole 24 Ore” del 16 aprile 2023


"Non muoia, signor padrone, non muoia. accetti il mio consiglio, e viva molti anni, perché la maggior pazzia che possa fare un uomo in questa vita è quella di lasciarsi morir così senza un motivo, senza che nessuno lo ammazzi, sfinito dai dispiaceri e dall’avvilimento. Su, non faccia il pigro, si alzi da questo letto, e andiamocene in campagna vestiti da pastori come s’è fissato, e chi sa che dietro a qualche siepe non si trovi la signora Dulcinea disincantata, che sia una meraviglia a vedersi".
Miguel de Cervantes

#I giardini di Dio
di Gianfranco Ravasi
"Non scongiurare la morte / di lasciarlo qui sulla Terra: / ha già sentito il profumo di Dio, / lascialo andare nei suoi giardini".
Mi ha sempre impressionato il fascino che Alda Merini generava spontaneamente nei giovani quando l’ascoltavano e parlavano con lei. Come è noto, spesso il suo linguaggio era oracolare, talora persino brusco o indecifrabile. Eppure la sua stessa persona, segnata da vicende aspre e immersa in ambienti degradati, creava attorno a sé un alone di rispetto e attrazione. La sua opera poetica, nell’ultima fase di un’esistenza travagliata, aveva ricevuto una sorta di ispirazione religiosa e si era trasformata in contemplazione del Cristo o di Maria o di Francesco d’Assisi.
Fu in quel periodo che Alda si affezionò a me, e le sue interminabili telefonate si colmavano di un’incessante sequenza di immagini, di interrogativi, di narrazioni teologiche. Ho voluto proporre – sul filo dei ricordi personali – alcuni pochi versi che mi aveva inviato alla vigilia del funerale di mio padre, nell’aprile 2007. Nella loro limpida essenzialità sono una profonda meditazione pasquale sulla morte. Il distacco dalla persona cara è sempre lacerante e non vale la giustificazione dell’età o della comune caducità. Ma lo sguardo poetico e credente s’affaccia oltre quella frontiera, aspira il vento dello spirito, respira il profumo dei giardini paradisiaci. Bisogna, allora, avere il coraggio di non trattenere la mano del caro che ci sta lasciando perché egli segua quell’aroma ed entri nell’eterno e nell’infinito di Dio.
in “Il Sole 24 Ore” del 9 aprile 2023

«Pasqua è voce del verbo ebraico “pèsah”, che significa “passare”. Non è festa per residenti ma per coloro che sono migratori che si affrettano al viaggio.
Da non credente vedo le persone di fede così, non impiantate in un centro della loro certezza ma continuamente in movimento sulle piste. Chi crede è in cerca di un rinnovo quotidiano dell’energia di credere, scruta perciò ogni segno di presenza. Chi crede, insegue, perseguita il creatore costringendolo a manifestarsi. Perciò vedo chi crede come uno che sta sempre su un suo “passaggio”. Mentre con generosità si attribuisce al non credente un suo cammino di ricerca, è piuttosto vero che il non credente è chi non parte mai, chi non s’azzarda nell’altrove assetato del credere.
Ogni volta che è Pasqua, urto contro la doppia notizia delle scritture sacre, l’uscita d’Egitto e il patibolo romano della croce piantata sopra Gerusalemme. Sono due scatti verso l’ignoto. Il primo è un tuffo nel deserto per agguantare un’altra terra e una nuova libertà. Il secondo è il salto mortale oltre il corpo e la vita uccisa, verso la più integrale risurrezione. Pasqua/pèsah è sbaraglio prescritto, unico azzardo sicuro perché affidato alla perfetta fede di giungere Inciampo e resto fermo, il Sinai e il Golgota non sono scalabili da uno come me, che pure in vita sua ha salito e sale cime celebri e immense. Restano inaccessibili le alture della fede.
ALLORA SIA PASQUA PIENA PER VOI CHE FABBRICATE PASSAGGI DOVE CI SONO MURI E SBARRAMENTI, PER VOI APERTORI DI BRECCE, SALTATORI DI OSTACOLI CORRIERI AD OGNI COSTO, ATLETI DELLA PAROLA PACE».
Erri De Luca

“Il pane che noi spezziamo”
di Goffredo Boselli - in “Vita Pastorale”, aprile 2023
Un noto liturgista francese, Claude Duchesneau, immagina che un giorno si decida di dare alla messa un nuovo nome e, per questo, si fa un sondaggio tra i cristiani all'uscita dalle chiese una domenica mattina: «Signore... Signora... siete battezzati? — Sì! — Quale nuovo nome dareste alla messa?». Con tutta probabilità verrebbero proposti nomi come "eucaristia", "celebrazione eucaristica", "santo sacrificio", "cena del Signore", ma — conclude Duchesneau — non è sicuro che "frazione del pane" uscirebbe una sola volta.
E tuttavia, tra i tanti segni eucaristici che la tradizione della Chiesa ha trasmesso lungo i secoli, la frazione del pane è l'unico gesto eucaristico compiuto da Gesù con le sue mani. "Frazione del pane" è il nome più antico dell'eucaristia: più volte attestato nel Nuovo Testamento, come nell'epoca apostolica e nella Didaché. E ancora fino al II secolo denominava l'intero pasto eucaristico. Per questo, lo spezzare il pane è il gesto originario e primario dell'eucaristia, al punto da poter dire che esso costituisce l'essenza gestuale dell'eucaristia, come il pane ne è la sostanza materiale. L'eucaristia è tanto la realtà del pane quanto il gesto di spezzarlo e condividerlo: non si dà mai l'una senza l'altro. L'eucaristia non è semplicemente pane, ma un pane spezzato e condiviso. Lo stesso vale per il vino.
Eppure, che ne è oggi di quel gesto che guarì dall'oscurità di mente i discepoli di Emmaus e consentì loro di riconoscere Gesù risorto? Come spiegare la straordinaria pregnanza di significato che il Nuovo Testamento riconosce a questo gesto e il suo essere ignorato dai credenti nelle nostre liturgie? Per quale ragione così presto, nella storia del cristianesimo, la fractio panis ha smesso di dare il nome all'eucaristia e di essere il gesto centrale nella celebrazione? Il gesto di spezzare il pane alla tavola per condividerlo con i presenti non l'ha inventato Gesù, ma appartiene alla ritualità ebraica. Così lo descrive Joachim Jeremias in Le parole dell'Ultima cena: «A ogni pasto, preso in comunione, la comunità di tavola è costituita attraverso il rito della frazione del pane. [...] Quando il padre di famiglia pronuncia la benedizione sul pane — benedizione che ogni commensale fa sua attraverso l'Amen! — che spezza e di cui offre a ciascuno un pezzo da mangiare, significa che attraverso la manducazione ciascuno dei commensali partecipa alla benedizione della tavola; l'Amen pronunciato in comunione e la manducazione comune del pane della benedizione univa i commensali in una stessa comunità di tavola».
A tavola con i discepoli, alla vigilia della sua passione, Gesù segue il rituale ebraico e spezzando il pane per condividerlo con

“Ho una BMW. Ma solo perché sta per Bob Marley e i Wailers, e non perché ho bisogno di una macchina costosa”
Bob Marley
 

*Com’è triste, quando persone e popoli fieri di essere cristiani vedono gli altri come nemici e pensano a farsi guerra! E' molto triste*.
papa Francesco
«Nel Vangelo della Liturgia odierna», esordisce *papa Francesco* dopo il consueto buongiorno, nel consueto commento che precede la recita dell’Angelus, «Gesù dà ai discepoli alcune indicazioni fondamentali di vita: nelle «situazioni più difficili, quelle che costituiscono per noi il banco di prova, quelle che ci mettono di fronte a chi ci è nemico e ostile, a chi cerca sempre di farci del male. In questi casi *il discepolo di Gesù è chiamato a non cedere all’istinto e all’odio, ma ad andare molto oltre. Gesù dice: “Amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano”. E ancora più concreto: “A chi ti percuote sulla guancia, offri anche l’altra”»*.
«Quando noi sentiamo questo ci sembra che Il Signore», ammette Francesco, *«sembra chiedere l’impossibile*. E poi, perché amare i nemici? Se non si reagisce ai prepotenti, ogni sopruso ha via libera, e questo non è giusto. Ma è proprio così? Davvero il Signore ci chiede cose impossibili e ingiuste? Consideriamo anzitutto *quel senso di ingiustizia che avvertiamo nel “porgi l’altra guancia”*. E pensiamo a Gesù. Durante la passione, nel suo ingiusto processo davanti al sommo sacerdote, a un certo punto riceve uno schiaffo da una delle guardie. E Lui come si comporta? Non insulta. Dice alla guardia: “Se ho parlato male, dimostrami dov’è il male. Ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?”. Chiede conto del male ricevuto. Porgere l’altra guancia non significa subire in silenzio, cedere all’ingiustizia. *Gesù con la sua domanda denuncia ciò che è ingiusto. Però lo fa senza ira né violenza*, anzi con gentilezza. Non vuole innescare una discussione, ma *disinnescare il rancore*: spegnere insieme l’odio e l’ingiustizia, cercando di recuperare il fratello colpevole, non p facile ma Gesù lo ha fatto e chiede anche a noi di farlo. Questo è porgere l’altra guancia: la mitezza di Gesù è una risposta più forte della percossa che ha ricevuto».
«Porgere l’altra guancia», spiega il Papa, «non è il ripiego del perdente, ma *l’azione di chi ha una forza interiore più grande*, è vincere il male col bene, che apre una breccia nel cuore del nemico, smascherando l’assurdità del suo odio. Non è dettato dal calcolo, ma dall’amore. Cari fratelli e sorelle, è l’amore gratuito che riceviamo da Gesù a generare nel cuore un modo di fare simile al suo, che rifiuta ogni vendetta e noi siamo abituati alle vendette: mi hai fatto questo? Ti farò quello. Ma il rancore fa male, distrugge».
Il papa ci chiede: «E' possibile che una persona giunga ad amare i propri nemici? Se dipendesse solo da noi, sarebbe impossibile. Ma ricordiamoci che, quando il Signore chiede qualcosa, vuole donarla. Quando mi dice di amare i nemici, vuole darmi la capacità di farlo, senza quella capacità non potrebbe. Sant’Agostino pregava così: "Signore, dammi ciò che chiedi e chiedimi ciò che vuoi». Bella preghiera. Che cosa chiedergli? Che cosa Dio è contento di donarci? *La forza di amare, che non è una cosa, ma è lo Spirito Santo*. Con lo Spirito di Gesù possiamo rispondere al male con il bene, possiamo amare chi ci fa del male. Così fanno i cristiani. *Com’è triste, quando persone e popoli fieri di essere cristiani vedono gli altri come nemici e pensano a farsi guerra! E' molto triste*. E noi, proviamo a vivere gli inviti di Gesù? Pensiamo a una persona che ci ha fatto del male, è comune subire il male da qualcuno. Forse c’è del rancore dentro di noi. Allora, a questo rancore affianchiamo l’immagine di Gesù, mite, durante il suo processo. E poi chiediamo allo Spirito Santo di agire nel nostro cuore. Infine preghiamo per quella persona: pregare per chi ci ha trattato male. Noi invece andiamo a raccontare ad altri il male subito ci sentiamo vittime e invece *preghiamo per chi ci fa del male è un modo per uscire dal rancore*. è la prima cosa per trasformare il male in bene. La Vergine Maria ci aiuti a essere operatori di pace verso tutti, soprattutto verso chi ci è ostile e non ci piace».
Famiglia Cristiana, 20.02.2022
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Tradizione rispettata: in almeno uno dei tre giorni della merla, usare la moto! Quest'anno l'impresa non è stata granché: purtroppo, una splendida giornata "troppo calda"!
Mc
“I giorni della merla” sono, secondo la Treccani, un’espressione di origine lombarda che allude a un’antica leggenda, tramandata di generazione in generazione, circa le sorti di una bella e candida merla. Secondo la leggenda, nei giorni più freddi (29, 30 e 31 gennaio) di un rigido e lungo inverno, una merla dal piumaggio bianco si sarebbe rifugiata sopra un comignolo, insieme ai suoi pulcini, per ripararsi dal freddo. Una volta superati quei giorni, la merla si sarebbe allontanata completamente nera, a causa della fuliggine depositata sul suo candido piumaggio.

#domande e risposte
di Gianfranco Ravasi
"La stupidità della gente deriva dall’avere una risposta per ogni cosa. La saggezza deriva, invece, dall’avere una domanda per ogni cosa".
Era il 1984 e nelle librerie spopolava un’opera dello scrittore Milan Kundera, "L’insostenibile leggerezza dell’essere". A distanza di molti anni, lo riprendo in mano e ritrovo l’affermazione che ho proposto e che è sostanzialmente un elogio della domanda. Certo, echeggiano spesso nell’aria interrogativi stupidi o inutili; ma ai nostri giorni, soprattutto nei viali informatici, imperano le risposte tanto più asseverative e sprezzanti quanto più sono false e fuorvianti. A Picasso si attribuisce questo motto radicale pronunciato nell’èra in cui tale strumento iniziava ad affermarsi: «I computer sono inutili. Ti sanno dare solo risposte».
Certo, come suggeriva ironicamente un citatissimo Oscar Wilde, «a dare le risposte sono capaci tutti; è a fare le vere domande che ci vuole un genio». E questo è il problema: l’interrogare autentico che fa progredire la scienza, la ricerca aperta all’acquisizione, lo sguardo che perfora la realtà e l’esistenza senza accontentarsi della superficie ovvia, sono esercizi che richiedono già una sapienza di base. Per questo l’ars interrogandi non si adatta allo spumeggiare delle idee vane, ma sboccia dal terreno fertile e arato dello studio e di una conoscenza previa. E, come ammoniva san Paolo, «vagliate e pesate tutto, ma trattenete e conservate ciò che è kalon (bello/buono)» (1 Tessalonicesi 5,21), mentre la poetessa polacca Wislawa Szymborska concludeva: «Chiedo perdono alle grandi domande per le piccole risposte», che di solito noi tutti diamo.
in “Il Sole 24 Ore” del 22 gennaio 2023

Chissà se qualcuno ha chiesto a qualche defunto di compiere il miracolo di battere lo stile mafioso (ovunque si manifesti).
Magari potrà essere un buon punto di partenza per la causa di canonizzazione.
Marco Paleari, 230116

#per mano
di Gianfranco Ravasi
"Un vento glaciale infuria da nord, / la neve vien giù a larghi fiocchi. / Amici miei, prendiamoci per mano, / e andiamocene via tutti insieme".
Figura dai contorni mitici, Confucio è un po’ il vessillo dell’antica cultura e spiritualità cinese. Vissuto tra il VI e il V secolo a.C., ha generato una tradizione che gli ha attribuito una serie di opere tra le quali spicca il Libro delle Odi, destinato a una fama parallela a quella assegnata ai Dialoghi. Abbiamo citato pochi versi capaci di creare visivamente un quadretto invernale retto su un contrasto. Da un lato, c’è il brivido che pervade il corpo col soffio del vento gelido e con la neve che scende a larghe falde. D’altro lato, c’è il tepore di due mani che si stringono e che spingono a sfidare il freddo e a raggiungere un riparo o una meta sicura.
«Prendersi per mano» è un’espressione comune per indicare una solidarietà nel pericolo o nella prova; è il passaggio dall’«io» autoreferenziale e orgoglioso al «noi» fraterno. Rimanendo nell’atmosfera sapienziale antica, ascoltiamo un ideale commento al tema, offerto dal Qohelet/Ecclesiaste, sapiente biblico del III secolo a.C.: «Meglio essere in due che uno solo: se cadono, l’uno rialza l’altro. Guai a chi è solo! Se cade, non ha nessuno che lo rialzi. Inoltre, se si dorme in due, si sta caldi: ma uno solo come fa a riscaldarsi?» (4,9-11). Come ha proposto il filosofo francese Jean-Luc Nancy (1940-2021), all’affermazione Ego sum, «io sono», è necessario aggiungere sempre un Ego cum, «io sono con» l’altro, col mio prossimo, e solo così si ha la pienezza della persona.
in “il Sole 24 Ore” del 15 gennaio 2023

Epifania, mistero meraviglioso
di Tomaso Montanari
"Adorazione dei magi" (1495-1500), del Bramantino, ora alla National Gallery di Londra


Questa piccola tavola quasi quadrata è capace di contenere tutto insieme *il triplice mistero dell'Epifania del Signore: l'adorazione dei Magi, il battesimo nel Giordano e il miracolo dell'acqua trasformata in vino nelle nozze di Cana*.
La fantasia di Bramantino, capace di calare astruserie medioevali nello spazio di Bramante (e, qui, in un'architettura che pare quasi quella di Brunelleschi) sembra fatta apposta: e il risultato è straniante quasi come quello della Flagellazione di Piero, dipinta mezzo secolo prima.
Come in una Sacra Conversazione, che non si cura dei tempi storici ma vive nell'eterno presente di Dio, i Magi trovano ad aspettarli non solo la Sacra Famiglia (col Giuseppe in rosso, nell'ombra alla sinistra di chi guarda), ma anche un Giovanni Battista (anche lui in rosso, a destra) che dovrebbe avere solo sei mesi più del cuginetto appena nato, e invece qua è uomo fatto e lo indica nella sua veste di Precursore.
Anche i Magi, del resto, sono strani: il vecchio burbero a sinistra si è appena tolto il turbante, poggiandolo ai piedi della Vergine, accanto al cubo rosa e al largo vaso verde che contengono i doni degli altri due Re. Lui, invece, il suo vaso metallico alto e stretto lo poserà lì tra poco, salendo sulla pedana.
Alla nostra destra, in primissimo piano, un personaggio più giovane offre un altro recipiente rosa: l'acqua da trasformare in vino per le nozze? E gli altri due Magi, dove sono? Forse vanno identificati con la figura del moro dal turbante rosso, e con quella del giovane dal turbante azzurro: i quali, avendo già fatto il loro dovere, si sono già un po' allontanati, e aspettano alla nostra destra? cofaghi vuoti, dello stesso colore dei tre doni, posti in primo piano? Forse sono le future tombe dei Magi, che si trovavano proprio nella Milano di Bramantino, in Sant'Eustorgio, e che Federico Barbarossa aveva svuotato portando i corpi a Colonia?
Non era facile dipingere la rivelazione di un mistero a tutte le genti: e di un mistero grande come quello di un Dio onnipotente incarnato in un bambino. Ma qua c'è tutto: c'è la carne e c'è il mistero. E c'è l'apertura a tutti i popoli del mondo: rappresentata in modo insuperabile da quella Madonna che indossa anche lei un turbante. Perché da quel momento in poi, che lo vediamo o no, non ci sono più identità, nazionalità, costumi diversi, ma solo il mistero meraviglioso della nostra comune umanità.
in “il Venerdì” del 6 gennaio 2023